Il sogno è divenuto realtà. Dopo più di mezzo secolo le esplorazioni spaziali sono (finalmente e ufficialmente) riprese. Gli uomini sono tornati a vedere da vicino la Luna. E se la tabella di marcia verrà rispettata, la quarta missione del programma Artemis, prevista nel 2028, vedrà un nuovo allunaggio. Intanto, la seconda, quella iniziata nella notte italiana tra il 1° e il 2 aprile 2026 e conclusasi dieci giorni dopo, nella notte tra venerdì 10 e sabato 11, è stata un successo. Ecco cosa ci resterà di questa missione che abbiamo tutti vissuti con rinnovato entusiasmo ed eccitazione.
Artemis II riallaccia i fili del programma Apollo
Quella di Artemis II è la missione che ha rilanciato l’esplorazione lunare da dove il programma Apollo l’aveva lasciata. Ma non tanto ripartendo dall’ultima, ad opera dell’Apollo 17: quella, infatti, vide l’ultimo allunaggio. La Orion, invece, si è limitata solo ad un viaggio “esplorativo”, spingendosi nella zona nascosta della Luna. Come detto, per l’allunaggio occorrerà attendere ancora qualche anno.
Il parallelo tra l’Apollo 13 e l’Artemis II
Per fare un parallelo col passato, possiamo dire che il volo conclusosi sabato è analogo a quello dello sfortunato Apollo 13. Con la differenza che quello dell’Artemis II è stato un volo pianificato per testare la capsula Orio e i sistemi di missione verso la Luna. Mentre l’Apollo 13 è arrivato così lontano dalla Terra per scelta dettata dall’emergenza.
“Benvenuti nel mio vecchio quartiere…Sono orgoglioso di passarvi il testimone mentre orbitate intorno alla Luna: è una giornata storica e so quanto sarete impegnati, ma non dimenticate di godervi il panorama”, consigliava Lovell (che, altra coincidenza, fece parte anche della prima missione orbitale attorno alla Luna, Apollo 8).
Ed in effetti così è stato: “Abbiamo visto cose che nessun essere umano ha mai visto prima” ha commentato Wiseman, dopo aver ripreso le comunicazioni con la Terra al termine del black-out lunare (e in collegamento con Donald Trump, che ha invitato l’equipaggio alla Casa Bianca). Di fatto, l’Apollo 13 aveva sorvolato la superficie della faccia nascosta molto più da vicino (250 chilometri contro i seimila di Artemis) ma con condizioni di visibilità ben peggiori.
Motivo per cui l’equipaggio ha potuto osservare per la prima volta tutta una serie di inedite caratteristiche orografiche e nella tradizione delle grandi esplorazioni hanno deciso di battezzare due crateri con il nome della navicella, “Integrity”, e della moglie del comandante, Carroll, scomparsa nel 2020. La proposta dovrà venire accolta dall’Unione Astronomica Internazionale, ma è improbabile che venga rifiutata.
Il record di distanza dalla Terra
L’equipaggio dell’Apollo 13, pur in una situazione drammatica, vantava però un primato assoluto: quello della maggiore distanza dalla Terra mai raggiunta dagli esseri umani. Un record che è stato battuto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, che hanno raggiunto un apogeo di 406.771km. E non a caso il record è stato festeggiato con un messaggio preregistrato da Jim Lovell, comandante di Apollo 13 scomparso l’anno scorso.
Le immagini della Terra e della Luna dall’Orion
Per noi che abbiamo seguito la missione dai canali (youtube e social) resteranno sicuramente impresse le tante immagini che raccontano questo straordinario viaggio. La partenza del razzo, il distacco della capsula Orion, le prime foto che vedono la Terra (ovviamente tonda) diventare pian piano sempre più piccola e lontana, come un puntino nel buio più profondo. E poi ecco avvicinarsi la Luna, diventando lei, questa volta, sempre più grande. Sino al tanto atteso flyby” – la circumnavigazione attorno al nostro satellite – la spettacolare visione del lato nascosto, con la Terra a fare capolino da lontano. E ancora la spettacolare eclissi di sole e l’immensità di stelle racchiuse nella Via Lattea. Senza dimenticare quelle foto suggestive che vedono protagonisti anche gli astronauti, oltre a un certo barattolo di produzione italiana fluttuante nella navicella senza gravità… E per finire il ritorno sulla Terra, lo “splash down” avvenuto in maniera perfetto , riportando a casa i quattro protagonisti di questa missione. Immagini che diventeranno presto piacevoli ricordi, pronti – si spera – a fare da sfondo a nuove future imprese spaziali.
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Credits: NASA
Le parole del comandante di Artemis II
Infine, ci resteranno anche le parole, piene di meraviglia, del comandante Reid Wiseman al suo arrivo al Johnson Space Center insieme al pilota Victor Glover, a Christina Koch e a Jeremy Hansen dell’Agenzia Spaziale Canadese. “È una cosa speciale essere sul pianeta Terra – ha detto Wiseman -. Prima del lancio, essere a oltre 200.000 miglia da casa sembra il sogno più bello del mondo. Ma quando sei là fuori, non desideri altro che tornare dalla tua famiglia e dai tuoi amici”,
Dopo oltre mezzo secolo, il tempo, almeno quello delle esplorazioni spaziali, è ripartito. L’auspicio è che non si fermi più e che si possa davvero un giorno arrivare coraggiosamente là, dove nessuno è mai giunto prima“.
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