Star Trek e l'intelligenza artificiale: Brent Spiner vorrebbe un'IA come Data

Star Trek e l’intelligenza artificiale: Brent Spiner vorrebbe un’IA come Data

L’interprete di Data riflette sull’intelligenza artificiale moderna, mentre un nuovo documentario celebra i sessant’anni di Star Trek.

Quando Star Trek: The Next Generation debuttò nel 1987, il personaggio di Data rappresentava una delle visioni più affascinanti dell’intelligenza artificiale nella fantascienza televisiva. Un androide dotato di capacità straordinarie, ma soprattutto animato dal desiderio di comprendere gli esseri umani e diventare, in qualche modo, più simile a loro.

Quasi quarant’anni dopo, mentre l’intelligenza artificiale entra sempre più concretamente nella nostra vita quotidiana, Brent Spiner, storico interprete dell’androide, torna a riflettere sul significato del suo personaggio e sul rapporto tra tecnologia e umanità. L’occasione è un approfondimento pubblicato da WIRED il 12 ottobre 2026, dedicato al documentario The Sixty-Year Mission: How Star Trek Changed Television and the World, realizzato per celebrare i sessant’anni del franchise.

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Brent Spiner: «Vorrei che l’intelligenza artificiale fosse come Data»

Interpellato sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale, Spiner ha espresso una considerazione che riassume perfettamente uno dei messaggi fondamentali di Star Trek:

«Se solo l’intelligenza artificiale potesse essere ciò che era Data: responsabile, sinceramente interessata all’umanità, capace di considerare ciò che è meglio per gli esseri umani anziché ciò che genera maggiori profitti».

Una riflessione particolarmente attuale, soprattutto in un periodo in cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è accompagnato da interrogativi sulla sicurezza, sull’etica e sugli interessi economici delle aziende tecnologiche.

Data, infatti, non rappresentava semplicemente una macchina estremamente intelligente. Il personaggio interpretato da Spiner incarnava una tecnologia che cercava costantemente di comprendere il valore della vita, delle emozioni e delle relazioni umane.

Pur possedendo capacità di calcolo e conoscenze superiori a quelle dei suoi compagni, Data non considerava mai la propria intelligenza una ragione per sentirsi superiore agli altri. Al contrario, il suo percorso era caratterizzato dalla curiosità, dal rispetto e dal desiderio di imparare.

Naturalmente, l’intelligenza artificiale contemporanea è molto diversa dall’androide immaginato dagli autori di The Next Generation. Ma il paragone proposto da Spiner non riguarda tanto le capacità tecnologiche quanto i principi che dovrebbero guidarne lo sviluppo.

Quando Star Trek affrontava già i diritti delle intelligenze artificiali

Il tema dell’intelligenza artificiale è stato affrontato più volte all’interno dell’universo di Star Trek, spesso anticipando questioni che oggi sono al centro del dibattito pubblico.

Uno degli esempi più significativi rimane La misura di un uomo (The Measure of a Man), episodio della seconda stagione di The Next Generation, nel quale viene messa in discussione la natura stessa di Data.

L’androide può essere considerato una persona, dotata di diritti e libertà individuali, oppure è semplicemente una proprietà della Flotta Stellare?

Il capitano Jean-Luc Picard si trova così a difendere il diritto di Data a decidere del proprio destino, opponendosi alla possibilità che venga smontato e studiato contro la sua volontà.

L’episodio non offre soltanto una riflessione sulla tecnologia, ma affronta questioni più profonde legate alla coscienza, alla dignità e alla definizione stessa di essere vivente.

Oggi queste domande assumono una nuova rilevanza, anche se gli attuali sistemi di intelligenza artificiale non sono equivalenti a Data e non esistono prove consolidate che possiedano una coscienza paragonabile a quella umana.

È proprio questa capacità di trasformare la fantascienza in uno strumento di riflessione sul presente che continua a rendere Star Trek particolarmente attuale.

The Sixty-Year Mission: sessant’anni di Star Trek e del suo impatto culturale

Le parole di Spiner si inseriscono nel contesto di The Sixty-Year Mission: How Star Trek Changed Television and the World, documentario scritto e diretto da Mark A. Altman, conosciuto anche per il podcast Inglorious Treksperts.

Presentato in occasione del New York Comic Con e distribuito in alcune sale cinematografiche statunitensi dal 9 ottobre, il film ripercorre l’influenza culturale della serie originale, trasmessa tra il 1966 e il 1969.

Attraverso interviste e testimonianze, il documentario esplora il modo in cui Star Trek abbia affrontato temi come la diversità, l’inclusione, il progresso scientifico e le responsabilità dell’umanità nei confronti del proprio futuro.

Tra i partecipanti figurano William Shatner, Jonathan Frakes, Brent Spiner, Simon Pegg e numerosi altri protagonisti e appassionati del franchise.

L’obiettivo non è soltanto celebrare un successo televisivo, ma raccontare come una serie nata negli anni Sessanta sia riuscita a influenzare generazioni di spettatori e a proporre una visione del futuro fondata sulla cooperazione e sulla possibilità di migliorare la società.

William Shatner: «All’inizio pensavo fosse soltanto un lavoro»

Tra le testimonianze raccolte da WIRED figura anche quella di William Shatner, interprete del capitano James T. Kirk e produttore esecutivo del documentario.

William Shatner
William Shatner

L’attore ha ricordato come, all’inizio, non avesse pienamente compreso la portata culturale della serie. Quando gli venne offerto il ruolo di Kirk, racconta, pensò soprattutto di aver trovato un impiego regolare e retribuito.

Soltanto negli anni successivi, con la crescita del fenomeno Star Trek, Shatner si rese conto di quanto la serie fosse riuscita a influenzare concretamente la vita delle persone.

Una consapevolezza maturata attraverso il rapporto con i fan, molti dei quali hanno trovato nelle storie dell’Enterprise una fonte di ispirazione personale e professionale.

Il documentario affronta anche il contesto storico nel quale nacque la serie, evidenziando come la visione di Gene Roddenberry fosse profondamente legata alle trasformazioni sociali e culturali degli anni Sessanta.

Karim Diané e il significato della rappresentazione in Star Trek

L’eredità culturale del franchise emerge anche dalle parole di Karim Diané, interprete del klingon Jay-Den Kraag in Star Trek: Starfleet Academy.

Karim Diané
Karim Diané

Il suo personaggio rappresenta una novità significativa per il franchise, essendo presentato come il primo klingon apertamente gay di Star Trek.

Diané ha raccontato di aver ricevuto numerosi messaggi di affetto e sostegno da parte degli spettatori, sottolineando quanto il personaggio abbia assunto un significato personale per alcuni fan.

Una testimonianza che richiama direttamente uno dei principi sui quali Gene Roddenberry costruì la serie originale: immaginare un futuro nel quale persone provenienti da culture e realtà differenti possano collaborare e trovare il proprio posto.

Dalla presenza di Uhura sul ponte dell’Enterprise fino ai nuovi protagonisti di Starfleet Academy, il franchise ha continuato, con risultati e approcci differenti, a confrontarsi con i temi della rappresentazione e dell’inclusione.

Un futuro tecnologico, ma soprattutto umano

A sessant’anni dalla nascita di Star Trek, le dichiarazioni di Brent Spiner ricordano quanto alcune delle intuizioni del franchise siano ancora attuali.

La domanda non è soltanto quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma soprattutto quali valori guideranno il loro sviluppo e il loro utilizzo.

Data rappresentava una forma di intelligenza artificiale immaginaria, capace di mettere le proprie straordinarie capacità al servizio degli altri senza perdere di vista il valore dell’individuo.

Una visione idealizzata, certamente, ma anche un riferimento culturale che continua a stimolare il dibattito sul rapporto tra esseri umani e tecnologia.

E forse è proprio qui che risiede una delle eredità più importanti di Star Trek: non limitarsi a immaginare ciò che la tecnologia potrebbe permetterci di fare, ma chiederci quale umanità vogliamo costruire attraverso di essa.

Fonte principale: WIRED – Approfondimento su The Sixty-Year Mission, 12 ottobre 2026.

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