Quando nel 1938 John W. Campbell Jr. pubblicò il racconto Who Goes There? (Chi va là?), diede vita a una delle idee più inquietanti mai concepite dalla fantascienza: una creatura aliena capace di imitare perfettamente qualsiasi essere vivente: un nemico impossibile da riconoscere, destinato a insinuarsi nei rapporti umani prima ancora che nei corpi.
A distanza di diversi decenni, questo il racconto di Campbell avrebbe generato due film diventati leggendari: La cosa da un altro mondo del 1951 e La cosa del 1982. Pur partendo dallo stesso materiale narrativo, le due pellicole raccontano molto più delle rispettive trame. Sono infatti lo specchio di due periodi storici differenti e di due modi opposti di concepire la fantascienza. Da una parte l’America della Guerra Fredda, convinta che ogni minaccia possa essere affrontata attraverso l’unità e la collaborazione. Dall’altra un mondo segnato dalla sfiducia, in cui il pericolo non arriva dall’esterno ma si nasconde già tra noi.
La cosa da un altro mondo: il nemico viene dallo spazio
Il film del 1951, diretto da Christian Nyby – sotto l’influenza creativa del produttore Howard Hawks – è oggi considerato uno dei pilastri della fantascienza classica americana.
La vicenda prende il via nei ghiacci dell’Antartide, dove un gruppo di militari e scienziati scopre un disco volante precipitato e una misteriosa creatura extraterrestre. L’alieno, interpretato da James Arness, è un essere vegetale dalle sembianze umanoidi. L’essere si nutre di sangue umano e rappresenta pertanto un pericolo immediato per la sopravvivenza della base.
Ciò che colpisce ancora oggi non è tanto il mostro in sé, quanto il modo in cui i protagonisti affrontano la minaccia. Nonostante i contrasti tra militari e scienziati, il gruppo resta sostanzialmente compatto, trasmettendo un forte senso di comunità e solidarietà. Il nemico è chiaramente identificabile. È qualcosa che arriva da “fuori” che può essere combattuto e sconfitto. In un’epoca dominata dalle tensioni della Guerra Fredda, questa impostazione rispecchiava perfettamente le paure del pubblico americano.
Non sorprende quindi che il film si chiuda con il celebre monito: “Guardate i cieli!”. Un invito a restare vigili contro l’ignoto, ma anche la sintesi perfetta di una fantascienza che vedeva la minaccia come qualcosa di distante e riconoscibile.
La Cosa di John Carpenter: il nemico può essere chiunque
Trentuno anni dopo, John Carpenter decide di fare una nuova trasposizione cinematografica del racconto di Campbell, questa volta però molto più fedele rispetto al film del 1951. La sua “Cosa” non è un mostro antropomorfo da combattere a colpi di elettricità, ma un parassita biologico capace di assimilare e imitare alla perfezione qualsiasi forma di vita con cui entra in contatto.
Il film di Carpenter, quindi, non è un thriller d’azione, come il predecessore, ma diventa un horror psicologico e viscerale. La minaccia cessa di essere “là fuori”. Chiunque nella stazione di ricerca antartica può essere il mostro, e nessuno, nemmeno i protagonisti guidati dall’iconico MacReady di Kurt Russell, può fidarsi del proprio compagno.
Due capolavori per due visioni del mondo
Confrontare queste due pellicole significa comprendere l’evoluzione stessa del genere fantascientifico. Da una parte abbiamo l’avventura d’epoca in bianco e nero, solida e rassicurante nella sua struttura morale; dall’altra un incubo claustrofobico e senza tempo, capace di interrogarsi sulla precarietà stessa dell’identità umana.
Mentre il film del 1951 si conclude con una vittoria trionfale della scienza e della logica militare, l’opera di Carpenter lascia lo spettatore congelato in un finale aperto, privo di qualsiasi certezza: due superstiti seduti tra le rovine fumanti della stazione, incapaci di fidarsi l’uno dell’altro, in attesa di capire chi tra loro sia ancora umano e chi destinato a soccombere al gelo.
Sia il classico del 1951 che il cult del 1982 rimangono pietre miliari ineludibili: due facce della stessa medaglia che continuano, ancora oggi, a insegnarci quanto il vero terrore risieda nello scontro con ciò che non riusciamo a comprendere.
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