Paramount ha pubblicato sulla sua piattaforma Streaming l’episodio 10 di Stagione 4 di Star Trek: Strange New Worlds dal titolo “Tomorrow’s Enterprise – L’enterprise del Futuro”. Eccoci arrivati al finale della quarta stagione e quasi a voler chiudere il cerchio, torna protagonista Nyota Uhura, l’ufficiale addetta alle comunicazioni che, questa volta, si ritrova a essere il ponte tra due momenti temporali distanti un anno.
Non è una novità assoluta che Star Trek giochi con il tempo, i paradossi e le linee temporali alternative. Ma qui il viaggio temporale non è soltanto un espediente narrativo per tirare fuori l’Enterprise da una situazione complicata: diventa l’occasione per mettere in comunicazione due versioni dello stesso equipaggio, due momenti della stessa storia e, soprattutto, due possibilità di ciò che potremmo essere.
La Uhura del presente dovrà infatti comunicare con quella di un anno dopo. E sarà proprio questa connessione a consentire all’Enterprise di oggi e a quella del futuro di affrontare una situazione critica. Ancora una volta, la comunicazione non è soltanto una funzione tecnica: è ciò che permette di comprendere, collaborare e, forse, salvarsi.
E, a proposito di comunicazione, l’episodio ci regala anche un piccolo cameo sentimentale: vediamo sbocciare la storia tra Uhura e Scotty. Un rapporto che nella serie classica non trova un vero sviluppo, ma che riemerge, seppure in modo particolare, in Star Trek V – L’ultima frontiera, quando Sybok, il fratellastro di Spock, porta alla luce i sentimenti che la tenente Uhura nutre nei confronti di Scott.
Un dettaglio che aggiunge un ulteriore livello di continuità tra questa serie e quella originale, mostrando come anche i legami sentimentali possano trovare il loro spazio tra le pieghe della storia di un equipaggio.

Il doppio e le moltitudini
Il tema del doppio, che ha attraversato diversi episodi di questa stagione, ritorna anche nel finale. Ma se nelle puntate precedenti abbiamo incontrato versioni alternative dei personaggi, qui il doppio è rappresentato dall’equipaggio stesso, separato da un anno di distanza.
E non ci sono soltanto due Enterprise. Abbiamo un buco nero e un buco bianco, due fenomeni che sembrano rappresentare le facce opposte della stessa medaglia. Ma attenzione: non necessariamente una negativa e una positiva. Piuttosto, due aspetti di una realtà più vasta, proprio come le molteplici sfaccettature che compongono l’animo umano.
A questo punto la protagonista pronuncia una frase che, a mio parere, riassume non soltanto il percorso di Uhura, ma quello dell’intera stagione. Una citazione di Walt Whitman:
«Mi contraddico forse?
Ebbene sì, mi contraddico.
Sono vasto, contengo moltitudini».
Il verso, tratto da Canto di me stesso, esprime una concezione dell’essere umano lontana dall’idea di un’identità rigida, lineare e perfettamente coerente. Dentro ognuno di noi convivono pensieri, emozioni, desideri e contraddizioni. Parti diverse, talvolta persino opposte, che non devono necessariamente eliminarsi a vicenda.
Contraddirsi non è per forza un difetto. Può essere il segno della complessità, della trasformazione e del fatto che siamo esseri viventi, in continua evoluzione. Non siamo blocchi monolitici: siamo un insieme di possibilità, ruoli e sentimenti che emergono in circostanze differenti.
E, a ben vedere, è proprio ciò che abbiamo osservato nel corso di questa stagione.
La vera trama orizzontale
In diverse occasioni ho scritto di episodi che si allontanavano dagli schemi più tradizionalmente Trekkie: mondi fantastici, atmosfere da fiaba, pupazzi, soap opera interstellari e situazioni che sembravano appartenere più alla cultura pop che alla fantascienza classica.
Eppure, forse, il filo conduttore era proprio lì, nascosto sotto quelle ambientazioni apparentemente eccentriche.
Uno dopo l’altro, i protagonisti si sono confrontati con una parte di sé che non conoscevano, che avevano rimosso o che non volevano accettare. Hanno incontrato le proprie «moltitudini».
Questa, almeno a mio parere, è la vera trama orizzontale della quarta stagione. Non necessariamente un’entità aliena che mette alla prova l’equipaggio attraverso una serie di esperimenti, ma un viaggio dentro noi stessi.
Un percorso che ci ha mostrato come l’identità non sia qualcosa di immutabile, ma un processo. E che anche le nostre contraddizioni possono diventare una risorsa, anziché un ostacolo.
Il poker e il rischio di vivere

Nel corso dell’episodio trova spazio anche il poker. Un gioco che, in Star Trek, non è certo una novità e che qui può essere letto come una metafora della vita.
Del resto, il poker contiene molti degli elementi con cui ci confrontiamo quotidianamente: la possibilità di scelta, l’imprevedibilità, il rischio calcolato e la necessità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Il mazzo di carte rappresenta le possibilità che ci vengono offerte, ma anche quella componente di casualità che non possiamo controllare. Possiamo prepararci, studiare gli avversari e valutare le probabilità, ma non possiamo sapere con certezza quale sarà la prossima carta.
Un po’ come nella vita.
Quando ci sediamo al tavolo, accettiamo le regole del gioco. Poi dobbiamo decidere come comportarci, quando rischiare, quando fermarci e come reagire a ciò che accade. Non abbiamo il controllo assoluto degli eventi, ma possiamo scegliere il modo in cui affrontarli.
E questo vale anche per l’equipaggio dell’Enterprise, chiamato a prendere decisioni in una situazione nella quale il futuro e il passato si intrecciano pericolosamente.
La vita, del resto, è una partita nella quale nessuno ci garantisce di avere sempre le carte migliori. E forse la vera abilità non consiste nel vincere ogni mano, ma nel continuare a giocare, accettando l’incertezza.
Il futuro che fa paura
Ma è nella parte conclusiva che l’episodio assume una dimensione più emozionale.
Attraverso le espressioni di Kirk nel futuro, possiamo intuire che La’an è destinata a morire. E, ancora una volta, vediamo il dolore di Pike, un uomo che ha già avuto modo di conoscere una parte del proprio destino e che ora deve confrontarsi con ciò che potrebbe attendere le persone a cui vuole bene.
Sapere in anticipo cosa ci aspetta non significa necessariamente essere più preparati. A volte, al contrario, può trasformare il futuro in un peso che ci impedisce di vivere pienamente il presente.
Qui ho ritrovato qualcosa del Canto di Natale di Charles Dickens. Il protagonista viene messo di fronte al proprio passato e al proprio futuro, attraverso le visite dei fantasmi che gli mostrano ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Il viaggio non serve semplicemente a conoscere il domani, ma a comprendere l’importanza dell’oggi.
E, restando nell’ambito della cultura pop, non possiamo non citare il maestro Oogway di Kung Fu Panda:
«Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono. Per questo si chiama presente».
Una frase semplice, forse persino abusata, ma che in questo episodio trova una collocazione particolarmente significativa.
Il passato è già scritto e non possiamo modificarlo. Il futuro è ignoto e non è interamente nelle nostre mani. Il presente, invece, è l’unico momento che possiamo davvero vivere.
Non sapere è il vero dono

Il percorso di Pike e quello degli altri protagonisti ci ricordano che la conoscenza non è sempre sinonimo di libertà. Sapere che qualcosa di doloroso potrebbe accadere non ci mette necessariamente nella condizione di evitarlo. A volte ci costringe soltanto a convivere con un’ombra che non è ancora diventata realtà.
E allora, forse, il vero dono non è conoscere il futuro, ma non conoscerlo.
Non sapere ci permette di mantenere aperte le possibilità, di vivere le relazioni senza considerarle già condannate a un esito inevitabile, di affrontare ogni giorno senza trasformarlo in una semplice tappa verso qualcosa che abbiamo già visto.
È un tema profondamente umano, e proprio per questo perfettamente in linea con la tradizione di Star Trek.
La quarta stagione ci ha portato in territori narrativi talvolta spiazzanti, spesso lontani dalle atmosfere più classiche della serie. Ma, osservando il percorso nel suo insieme, quelle deviazioni sembrano assumere un significato più preciso. Ogni personaggio ha dovuto confrontarsi con una parte di sé. Ogni avventura ha aggiunto un tassello alla riflessione sull’identità, sulla scelta e sul modo in cui affrontiamo ciò che non possiamo controllare.
E il finale, con Uhura nuovamente al centro, ci ricorda che comunicare non significa soltanto trasmettere parole. Significa mettere in relazione persone, tempi e possibilità diverse. Significa riconoscere che dentro di noi, come scrive Whitman, convivono moltitudini.
E forse, in fondo, è proprio questo il messaggio con cui Strange New Worlds ci saluta: non siamo una sola versione di noi stessi, non abbiamo un unico destino già scritto e non possiamo conoscere tutte le carte che ci verranno distribuite.
Ma possiamo scegliere come giocare la mano che abbiamo.
E vivere il presente, senza dimenticare che è un dono.
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