Basta mettere in mezzo i klingon e si potrebbe stare ore a parlare di Star Trek o scrivere fiumi di parole. Perché una delle specie aliene più iconiche dell’immaginario creato da Gene Roddenberry ha sempre il suo fascino.
Anche perché la serie Star Trek: Discovery ci aveva fatto vedere come si erano evolute le varie principali specie aliene nel 32° secolo, ma aveva tralasciato però proprio quella del nostro caro Worf. Per cui è toccata a Starfleet Academy – ambientata nello stesso periodo e spinoff della serie del capitano Burnham – la responsabilità di spiegarci cosa sia accaduto ai klingon nel futuro più remoto in cui una serie di Star Trek si sia mai spinta prima.
“Vox in excelso”, quarto episodio di Star Trek: Starfleet Academy, non è solo un momento di crisi politica per l’Impero klingon, ma anche un punto di chiusura narrativa per un arco iniziato oltre 900 anni prima, con la distruzione della luna Praxis in Star Trek VI – Rotta verso l’infinito.
L’episodio mostra come le conseguenze di quell’evento, mai davvero superate, abbiano preparato il terreno per la perdita definitiva di Qo’noS dopo il Grande Fuoco, trasformando così i Klingon da potenza imperiale a popolo in diaspora.
In un altro articolo dedicato a “Vox in excelso”, abbiamo già esplorato i temi contemporanei rilanciati dall’episodio: l’aiuto come carità imposta, il diritto all’autodeterminazione di un popolo e il rischio di perdere la propria identità nel dover accettare di essere inglobato in un’organizzazione più grande.
In questa prospettiva, la chiusura del cerchio narrativo dei Klingon da Praxis a Qo’noS diventa anche una metafora delle dinamiche geopolitiche odierne, in cui le grandi potenze si trovano a dover riconsiderare il proprio ruolo di “salvatrici” e il rispetto delle culture altrui.
Ascolta la versione Audio di Gianluca Vicinanza
Da Praxis a Qo’noS: il primo trauma dei Klingon
In Star Trek VI, l’esplosione della luna Praxis, ricca di dilitio, segna il primo grande trauma ambientale e politico per la specie di Worf: il pianeta Qo’noS viene gravemente danneggiato, l’economia dell’Impero crolla e i leader sono costretti a negoziare la pace con la Federazione.
Questo evento non solo indebolisce militarmente l’Impero, ma introduce anche il tema dell’aiuto federale come condizione di sopravvivenza, un’idea che riaffiora in modo esplicito in “Vox in excelso” quando la Federazione propone ai Klingon un nuovo pianeta come casa.
Il Grande Fuoco e la fine di Qo’noS: il secondo colpo ai Klingon
Nel 32° secolo, il Grande Fuoco (l’evento catastrofico narrato in Star Trek:Discovery ed avvenuto intorno al 3069 in cui la maggior parte del dilitio della galassia è diventata improvvisamente inerte, provocando l’esplosione simultanea dei nuclei a curvatura di quasi tutte le navi in viaggio), ha già devastato la galassia. Ma qui si chiarisce che Qo’noS non è sopravvissuto: il pianeta è reso inabitabile da esplosioni di reattori a dilitio, in linea con la storia di sfruttamento energetico iniziata con Praxis.
I Klingon, ormai dispersi in colonie come Krios Prime, diventano un popolo in diaspora, costretto a confrontarsi con la perdita del proprio pianeta e con l’idea di essere “salvati” da un’altra potenza, proprio come era accaduto dopo Praxis.
La chiusura narrativa del cerchio narrativo tra memoria e rinnovamento
Il quarto episodio di Starfleet Academy funge quindi da punto finale di un arco iniziato in Star Trek VI: ciò che era cominciato come un disastro ambientale e politico diventa, nel 32° secolo, una crisi esistenziale per l’identità stessa dei Klingon.
Mentre in Star Trek VI i Klingon accettano la pace e l’aiuto federale per sopravvivere, in “Vox in excelso” il dibattito si sposta sul diritto all’autodeterminazione: i Klingon non vogliono essere trattati come vittime da salvare, ma come un popolo che deve decidere da sé il proprio futuro.
L’episodio mostra come i Klingon del 32° secolo mantengano le tradizioni (onore, onorare i morti, il mito di Kahless) ma siano costretti a reinterpretarle in un contesto di diaspora e di sopravvivenza.
Il conflitto di Jay‑Den – il giovane Klingon che rinuncia a diventare un guerriero – incarna proprio questa tensione: da un lato la fedeltà alla propria cultura, dall’altro la scelta di avvicinarsi agli studi e ad arruolarsi all’accademia della Flotta Stellare, che diventa una forma di lotta altrettanto valida per un Klingon.
“Vox in excelso” dunque non cancella il passato dei Klingon, ma lo rielabora, mostrando come un popolo possa sopravvivere anche dopo la perdita del proprio pianeta natale e della propria potenza imperiale, senza tradire la propria identità.
E voi, fan di Star Trek, siete soddisfatti di come Starfleet Academy abbia chiuso il cerchio narrativo dei Klingon?
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