Ricordo perfettamente quando per la prima volta vidi Star Trek: Deep Space Nine e, qualche anno dopo, Babylon 5. Sono passati più o meno 3 decenni in cui, per poter guardare queste affascinanti serie, dovevi aspettare orari assurdi e repliche casuali.
Non ricordo il giorno esatto in cui ho iniziato Babylon 5, ma ricordo benissimo la sensazione di confusione. Non era bella, non era fluida, eppure continuavo a guardarla, aspettando forse che la nebbia potesse diradarsi. La davano in orari improbabili, spesso fuori ordine. Ma io aspettavo!
Non c’era il binge-watching e non c’era il “vedila quando vuoi”, c’erano però gli appuntamenti davanti al televisore che, a volte, perdevo per vari motivi. A volte registravo, a volte saltavo alcuni episodi, ma il bello era quello di cercare di ricostruire i pezzi mancanti. Babylon 5 non mi veniva incontro, ero io a doverle andare incontro.
Deep Space Nine è entrata nella mia vita con meno resistenza. Era Star Trek e io, amante da sempre della fantascienza ambientata nello Spazio, mi fidavo. Mi fidavo del tono, dei valori, ma DS9 ha iniziato quasi subito a inanellare dubbi in quella mia fiducia nata dalla visione della mitica “Serie Classica”. Ricordo l’inquietudine, ricordo di essermi sentito tradito e allo stesso tempo coinvolto. Vedere la Federazione mentire, manipolare, scendere a compromessi mi dava fastidio. Sisko non era il Kirk che avrei voluto come modello.
Ci sono serie che guardi così giusto per… inizialmente ti prendono ma subito dopo ti abbandonano. Poi ci sono serie che, anni dopo, hai ancora dentro e che senti Tue, senti che non vogliono abbandonarti. Babylon 5 e Star Trek: Deep Space Nine per me appartengono entrambe a questa seconda categoria. Le ho viste in un’epoca in cui la fantascienza in TV non aveva paura di essere lenta, verbosa, persino un po’ goffa.
Rivedere oggi Babylon 5 e Deep Space Nine è come sfogliare vecchi diari in cui si annotano sensazioni, esperienze e segreti. Non tutto è invecchiato bene, soprattutto gli effetti speciali. Alcune ingenuità saltano all’occhio, certi dialoghi suonano troppo espliciti, certi momenti troppo teatrali. Ma le emozioni no! Quelle ancora le provo, anzi ora forse mi colpiscono maggiormente perché allora, probabilmente, c’era più coraggio nel dire, o nel cercare di dire “cose” in maniera non esplicita.
Due serie di fantascienza degli anni ’90, entrambe ambientate su una stazione spaziale, entrambe più cupe e politiche rispetto ai rispettivi standard del genere. All’epoca non era affatto scontato restare su una stazione spaziale invece di saltare da un pianeta all’altro. Sembrava quasi un limite. Col senno di poi, era una scelta geniale: fermarsi in un luogo significava lasciare che le conseguenze si accumulassero, che i personaggi cambiassero sotto i nostri occhi. Eppure, nonostante le somiglianze superficiali, parlavano linguaggi diversi, rivelando idee quasi opposte nel rappresentare il futuro.
Babylon 5 nasce con un’ambizione inusuale per la televisione dell’epoca: raccontare una storia lunga cinque stagioni, con un arco narrativo pianificato dall’inizio alla fine. Il creatore J. Michael Straczynski voleva una saga serializzata e non episodica. Ogni evento ha conseguenze, ogni personaggio può essere mutevole, spesso in modo tragico. Guardare Babylon 5 significa accettare che il mondo non tornerà “come prima”. Le guerre lasciano cicatrici, le scelte morali hanno un prezzo, e il potere tende a corrompere anche chi parte con le migliori intenzioni.
Deep Space Nine, dal canto suo, arriva con il peso e il privilegio di essere Star Trek. Deve restare fedele al suo passato: un Universo che ha sempre avuto una forte componente idealista e un futuro utopico è alla base del suo credo. Invece è la serie Trek che per la prima volta mette in crisi questa visione. Introduce l’occupazione, il terrorismo, la religione, il compromesso morale. È Star Trek che guarda in una gola profonda… senza però mai lasciarsi davvero ingoiare.
Ed è qui che nasce la differenza più interessante.
Babylon 5 è profondamente disillusa e consapevole. La pace non è uno stato naturale, è una tregua temporanea. Le razze aliene non sono “specchi dell’umanità” come spesso accade in Star Trek, ma civiltà antiche, stanche, a volte meschine, a volte magnifiche, quasi sempre incoerenti. I “Vorlon” e le “Ombre” non sono semplicemente “bene” e “male”, ma ideologie che si affrontano usando i popoli più giovani come pedine.
Deep Space Nine invece non rinuncia mai del tutto alla speranza, anche quando racconta la guerra del Dominio o quando Sisko mente e manipola, c’è sempre l’idea che questi siano momenti eccezionali, deviazioni dolorose ma necessarie. La Federazione può sporcarsi le mani, sì, ma solo per tornare a essere pulita domani. È una visione rassicurante, forse più umana, ma anche meno radicale.
In conclusione cosa scegliere tra Babylon 5 e Deep Space Nine?
“Preferisco una storia che ti dica che il futuro sarà difficile, sporco, ambiguo, ma che vale la pena affrontarlo a testa alta, oppure una storia che mi ricordi che, nonostante tutto, esiste una casa rassicurante in cui tornare, una casa chiamata Federazione?”
In realtà non serve scegliere, dal momento che queste due serie si completano a vicenda, insegnandoci che la fantascienza non serve solo a immaginare astronavi e alieni, ma a chiederci chi siamo quando il potere ci mette alla prova.
In definitiva:
Entrambe, anche se in modo diverso, hanno centrato il bersaglio!
Frequenze di chiamata aperte!
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