Quando negli anni ’90 vidi l’episodio di Star Trek: The Next Generation “Il primo dovere”, la prima cosa che pensai fu: «Mi piacerebbe moltissimo una serie interamente ambientata in accademia». Nel frattempo gli anni passarono e accantonai questo pensiero. Quindi quando qualche anno fa venne annunciata la nuova serie SFA ero al settimo cielo, euforia però smorzata dal fatto che sarebbe stata ambientata nel periodo post-Discovery.
Non è un segreto che io non sia un grande fan della serie con la sorella di Spock, per tutta una serie di ragioni che non è questa la sede giusta per discutere, quindi la paura era tanta. Paura aumentata dal terribile film sulla Sezione 31 e da una terza stagione di Strange New Worlds non all’altezza delle precedenti due. Per fortuna questa paura è stata totalmente dissipata dalla visione di queste due puntate. Nei primi minuti ammetto di aver un po’ tribolato: l’inizio strappalacrime mi ha ricordato un po’ troppo Discovery e una particolare scena mi ha fatto pensare «Oh no, di nuovo questo piattume». Ma per fortuna è proprio la scena stessa a mostrarsi per quella che è, come a voler passare un colpo di spugna sul recente passato e dire: «Ora le cose sono cambiate».
Oltre i fantasmi di Discovery: una nuova identità

Il punto di forza mostrato in queste due puntate sono senza dubbio i personaggi: sfaccettati, intriganti, fuori dalla loro comfort zone. Prendiamo ad esempio il Klingon, che vuole seguire una strada molto diversa da quella del guerriero ma per farlo continua a seguire i dettami della via del guerriero; oppure il primo cadetto olografico, che solo qualche anno fa sarebbe sembrato fantascienza troppo assurda ma che oggi, con gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, è molto più realistico di quanto possa sembrare.
Questa serie si potrebbe definire la reale maturazione di Star Trek dal suo ritorno in TV (tra virgolette, visto che parliamo di piattaforme). Prende spunto dal passato remoto con citazioni a film come Rotta verso la Terra, a cose molto più recenti come Prodigy, ma soprattutto deve molto a Lower Decks. Vuoi perché parliamo di giovani alle prime armi, vuoi perché c’è un’ironia di fondo – senza scendere nel parodistico come la serie animata, ovviamente – che permea un po’ tutto. Il che rende paradossalmente tutto molto più umano e meno impostato. Dobbiamo sempre ricordarci che questa non è la Federazione forte del 24° secolo, ma una Federazione in piena ricostruzione dopo il grande fuoco. Come si dice: tempi duri creano uomini duri.
Un cast stellare: dai Premi Oscar alle nuove leve
Per quanto riguarda gli interpreti direi che c’è poco da discutere. Solo per aver preso attori da Oscar come Holly Hunter (che interpreta il Capitano e Rettrice dell’Accademia Nahla Ake) e Paul Giamatti (che interpreta il villain Braka) c’è da stare tranquilli, ma la cosa sorprendente è soprattutto l’interpretazione dei giovani. Dal protagonista Sandro Rosta a Zoë Steiner che interpreta Tarima (vi giuro, trasmette un’empatia tale che se non mi avessero detto che era una Betazoide lo avrei detto io stesso). Interessante anche il primo ufficiale mezza Klingon e mezza Jem’Hadar, di cui spero sviscerino per bene il background familiare perché sono curioso. E tra il cast non posso non citare Rebecca Quinn, ovvero la star della WWE Becky Lynch, che unisce le mie due più grandi passioni: Star Trek e il wrestling. Ma, anche se non li cito tutti, i giovani cadetti sono interessanti, ognuno con una sua caratterizzazione.
Ok, ok, so che tutti si stanno chiedendo: «Ma tra tutti non hai ancora citato lui?». È che volevo lasciarmelo per ultimo. Infatti, tra le cose più importanti c’è il ritorno di Robert Picardo nel suo iconico ruolo del Dottore Olografico. E beh, che dire: è lui, esattamente come ce lo ricordiamo: scontroso, antipatico, con nessuna voglia di fare da mentore… ma che puntualmente finirà per fare da mentore a tutti i cadetti dell’accademia. Non avrei potuto desiderare di più.
L’elefante nella stanza: è Dawson’s Creek nello spazio?

Ora andiamo su quello che è un po’ l’elefante nella stanza: ma questa serie quanto è teen drama? È davvero Dawson’s Creek nello spazio? Al netto del fatto che se anche lo fosse non ci sarebbe nulla di male, secondo me no. Ha come protagonisti giovani adolescenti, quindi è giusto e sacrosanto che abbiano problemi adolescenziali, ma questi sono a mio avviso ben dosati e non scavalcano mai la storia di ricostruzione che stanno raccontando. Il protagonista ha una motivazione importante per lui, che può sembrare debole se messa a confronto con la gravitas che di solito muove i nostri protagonisti, ma è una cosa molto umana e personale. E Star Trek ha sempre parlato prima di tutto di persone. Il bisogno di molti più importante di quello di pochi che ogni volta viene ribaltato, la Prima Direttiva che ogni volta viene infranta… ci parla soprattutto di noi e della nostra umanità, più che delle regole.
Parlando della parte tecnica, secondo me si attesta a un buon livello per essere una serie non dal grande budget. Siamo forse un po’ troppo viziati dalle serie Marvel o HBO con milioni a disposizione per puntata, ma nonostante tutto non ho notato particolari brutture. La USS Athena è una bellissima nave, con delle ali forse un po’ kitsch, ma che volete… ho un debole per queste cose. Una cosa che continua a non piacermi (ma non è colpa di questa serie) sono quei maledetti robottini che girano dappertutto. Invece, per fortuna, hanno limitato quel cavolo di teletrasporto per spostarsi all’interno della nave che ho sempre odiato: so che la scelta era per risparmiare budget nelle scene, però era insopportabile.
Tecnica e cuore: il verdetto finale
In sostanza credo che questa serie abbia una cosa sopra a tutto: il cuore. Il ritorno alla risoluzione dei problemi dialogando, facendo interagire i personaggi – e la risoluzione finale della seconda puntata ne è l’esempio perfetto. Speriamo che il resto della stagione si riveli all’altezza di questo esordio, ma sono molto positivo.
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